Tarantismo e ricerca

Cratere apulo IV sec. a.C.

Cratere apulo IV sec. a.C.
Donna con tympanon

 

L'orchestrina terapeutica di Luigi Stifani e una tarantata

L’orchestrina terapeutica di Luigi Stifani e una tarantata

IL TARANTISMO E LA RICERCA CONTEMPORANEA

La tarantata Maria di Nardò

La tarantata Maria di Nardò

     “Due risultati della ricerca contemporanea sono essenziali nel fenomeno del tarantismo, ossia in quella serie di fatti rituali e artistici che seguono la convinzione di essere stati morsicati e avvelenati dalla ‘taranta’. Com’è risaputo, nella tradizione popolare salentina la ‘taranta’, che nell’immaginazione popolare corrisponde a un ragno, a un serpente e persino un cane, è un animale di natura squisitamente simbolica e totemica, che però viene considerato reale. Senza discutere in questa sede le idee, spesso inesatte, formulate da Ernesto De Martino ne La terra del rimorso, il primo morso è una sorta di iniziazione che, per un verso rende colui che si sente morsicato un adepto di questa particolare forma di religione mitica e per l’altro verso da’ l’avvio alla terapia. Così il primo risultato essenziale della ricerca è il fatto che il tarantismo in quanto tale non è una malattia ma è una terapia. Le patologie psichiche che cura, stando ai documenti e alle testimonianze, sono di diverso genere e mai di natura molto grave. In un certo senso lo stato negativo della psiche dei tarantati può essere identificato genericamente con la depressione. Nei tarantati, però, non c’è mai la perdita del senso critico perché in essi scorgiamo sempre la capacità di orientare il rito. Essi seguono attivamente e con grande partecipazione i percorsi tradizionalizzati di un rito che, come poc’anzi ricordato, iniziano già col morso, e consiste sostanzialmente in una serie di processi ‘teatrici’, in parte analoghi a quelli dello psicodramma. Tarantata (foto Congedo)Siamo in presenza di un articolato teatro analogico e simbolico con il quale la tradizione, a mio parere, mette in pratica un ‘governo rituale degli archetipi’. Il rito terapeutico del tarantismo interviene su stati psichici diversi, per me quasi sempre di origine psicosociale, relativi cioè – e in questo caso ne La terra del rimorso Ernesto De Martino non ha sbagliato – alla perdita della presenza sociale della persona tra gli altri. Parliamo di emarginazioni, incapacità di assumere ruoli significativi, perdita del fondamentale valore del senso della vita dal punto di vista esistenziale e sociale, delusioni, sconfitte e stati emozionali analoghi. C’è da aggiungere che si tratta spesso della perdita della ‘compresenza’ con gli altri. Il soggetto ammalato, per l’esattezza, perde di vista il significato affermativo e vitale, cosa della massima importanza per tutti, della propria personale esistenza sociale. Non sono un medico, e quindi non posso fornire diagnosi, né sono un esperto di ciò che la psicologia chiama depressione. In ogni caso ritengo, sulla base dei numerosi studi, che, fino alla soglia individuale dello ‘stress’, sia possibile chiamare depressione alcuni stati di prostrazione degli adepti-infermi detti tarantati. I versi terapeutici della tradizione, non a caso, ripetono: ‘ci è malincunia cacciala fore’. Se negli infermi, comunque, sussistono carenze chimiche o di trasmissione neuronale, è ovvio che il tarantismo non può fare nulla. Se invece la persona non ha superato i livelli tollerabili dello ‘stress’, allora il tarantismo, vera e propria ‘mitoterapia’ junghiana, interviene positivamente in chi crede nei valori mitici della ‘taranta’ e in simili istituzioni culturali tradizionali. Il mito è parte di una concezione allargata della ragione, che ricomprende e valorizza l’inconscio.

     Il secondo essenziale risultato della ricerca è che la mentalità mitica del tarantismo fa parte di ciò che ho chiamato pensiero armonico mediterraneo. Secondo i miei studi, essa mira a ricongiungere gli opposti per giungere alla salutare unità della persona e pone come scopo del rito l’affermazione e la continuazione della vita attraverso la rinascita. Anche il tamburello terapeutico batte simultaneamente, all’interno dell’unità rappresentata dal cerchio della cornice, un ritmo duale armonico, una biritmìa simbolica fatta di pari e di dispari, di acuti e di bassi insieme, e con la sua pelle incarna un animale morto, la capra sacrificale, che nel suono rinasce. Anche la ripetizione annuale è una ritorno ciclico del rito che simboleggia a pieno titolo la rinascita, perché la terapia avviene all’interno di un sistema religioso il cui ben definito meccanismo non consiste nel riparare ciò che non funziona ma nel ricrearlo.

     Vi è poi un livello estetico di grande rilievo nel fenomeno, che riguarda sia l’arte che la percezione. La musica e la danza della pizzica producono infatti una grande emozione estetica. Il rito a sua volta produce ciclicamente una forte emozione rituale. Orbene, nel fenomeno entra in gioco l’ ‘idea armonica’ che si possa rovesciare, cosa che poi accade realmente persino a momenti e orari prefissati, il proprio stato interiore. E’ al livello delle grandi emozioni di cui parliamo che qualcosa accade davvero e che i simboli diventano ‘efficaci’. La terapia rituale coreutica e musicale, alla fine, restituisce la compresenza con gli altri e riporta la persona al centro dell’attenzione sociale attraverso un’inversione progressiva degli stati psichici attivati e resi dinamici dalle emozioni. Tutto questo è, inoltre, simboleggiato sia da un eros teatrale e ostentato, anch’esso di grande forza emozionale, mirato alla rigenerazione, sia da fasi sistematiche di danza che inscenano la morte apparente e la successiva rinascita. In piena corrispondenza, nei secoli che precedono la nascita di Cristo, anche la cultura orfico-dionisiaca dei territori della Magna Grecia e dei popoli da essa influenzati, sulla quale è decisamente fondato il tarantismo, prevede la rinascita. In questo pensiero armonico, ossia analogico e associazionistico, la rinascita non è solo un fatto religioso ma anche un altro modo di chiamare la guarigione”.

                                                                                                                           Pierpaolo De Giorgi

 

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