P. De Giorgi – La pizzica: una grande rinascita

Pierpaolo a Napoli CHIOSTRO MAIOLICATO con immagini di tarantella

Pierpaolo a Napoli CHIOSTRO MAIOLICATO
con immagini di tarantella

Ai nostri giorni, mentre si impone su tutto il pianeta la biasimata globalizzazione dei mercati, dell’informazione e delle tecnologie, assistiamo per converso alla reazione del glocale, ossia al ritorno dei saperi legati al territorio e dei valori delle tradizioni etniche. Baluginano all’orizzonte del nuovo millennio arti collettive e conoscenze dimenticate, braci covate sotto la cenere mai del tutto spente. Questo il clima nel quale in Salento, a partire dai primi anni Novanta, si sta verificando un pieno rifiorire dell’ormai nota musica denominata pizzica, che coinvolge l’Italia intera. La pizzica è un’entusiasmante arte dei suoni, tradizionalmente diffusa soprattutto nella Puglia centromeridionale, che possiede caratteri propri e decisi, ma che dal punto di vista strutturale può essere definita una tarantella originaria. La sua attuale forte riaffermazione è, sì, legata per un verso alla sua capacità di “marcare” l’identità del Salento, ma, per l’altro verso alle numerose valenze universali che possiede.

La pizzica attira su di sé un forte interesse e una curiosità quasi morbosa anche per il fatto di essere direttamente connessa all’enigmatico fenomeno del tarantismo. In primo luogo pugliese ma esteso a tutto il Meridione, il tarantismo pone al centro delle sue manifestazioni rituali e terapeutiche l’esecuzione musicale e coreutica della pizzica da parte degli adepti, i cosiddetti tarantati. Il parossismo ritmico, l’iterazione motivica, l’andamento ipnotico delle percussioni sul “tamburello a cornice” favoriscono una modifica dello stato di coscienza ordinario e l’ingresso nella trance. Il fine è quello di curare un particolare tipo di ammalati, i tarantati, che si considerano “morsicati” e avvelenati dalla mitica taranta, un animale simbolico che la tradizione identifica con un ragno e con un serpente, e si lasciano andare ad una danza vorticosa per compiere il loro rito di guarigione. La pizzica è per questo considerata una forma di musica e di danza in grado di agire sull’animo umano, di invertire lo status emozionale della psiche operando una vera guarigione.

La tarantata Rosaria di Nardò danza una pizzica tarantata durante la terapia musicale (foto F. Pinna)

La tarantata Rosaria di Nardò danza una pizzica tarantata durante la terapia musicale (foto F. Pinna)

L’attuale trionfale ritorno della musica e della danza del tarantismo è una vera sorpresa culturale. Nonostante i clamori suscitati in altre epoche, questa musica era stata quasi del tutto dimenticata e rimossa dallo scenario culturale di buona parte del Novecento. Eppure, a ben vedere, il complesso coreutico-musicale della pizzica, più esattamente denominata pizzica pizzica, è il cuore del tarantismo, un fenomeno di danza rituale, trance, possessione e musicoterapia. Il tarantismo, che ha fortemente caratterizzato e tuttora per molti versi caratterizza la tradizione popolare del Salento, è in realtà il culto contadino di un animale simbolico, identificato ora con un ragno ora con un serpente, detto taranta. E’una sorta di “religione minore” oggi quasi del tutto estinta nei suoi aspetti canonici e devozionali, ma che sta trovando, in qualche modo, una nuova vitalità artistica e culturale attraverso il ritorno della sua musica e della sua danza.

A partire dal 1990 la pizzica ha incontrato un logaritmico processo di rinascita, che ha ridestato negli artisti, nei salentini e nei fruitori d’ogni età un sempre più passionale interesse. Ha assunto la forma di un nuovo genere musicale, mentre in passato la sua esistenza era limitata alle occasioni rituali o festive. Negli anni più vicini a noi, la pizzica è stata indagata a fondo e riproposta nel suo antico stile contadino oppure è stata reinventata o ancora contaminata. Si è trattato di un’articolata rivoluzione culturale che, lungi dall’essersi fermata, promette nuovi fermenti e nuove creazioni. In schiere sempre più vaste, i cultori si riversano nelle piazze, per danzare e suonare il tamburello assieme agli artisti durante i concerti o in ronde improvvisate a spettacolo finito.

Nella tradizione popolare salentina sono tre le forme di pizzica pizzica rilevate dall’indagine etnomusicologica: la pizzica tarantata, utilizzata nel tarantismo, la pizzica te core o pizzica di corteggiamento, praticata in occasioni ludiche e festive, e la pizzica scherma, che scandisce il ritmo della cosiddetta “danza delle spade” di Torrepaduli, in realtà un duello simbolico e rituale eseguito danzando a mani nude. Il carattere sacro e propiziatorio di quest’ultimo duello si desume dal fatto che viene eseguito come devozione a San Rocco e dal fatto che, nel Seicento, è parte non secondaria della danza dei tarantati. La pizzica, in definitiva, è in primo luogo un’arte rituale. La piccola frazione di Torrepaduli di Ruffano, meta di un grande pellegrinaggio a San Rocco, per questo insieme di motivi si trova ad essere uno dei luoghi in cui questo costume popolare si è meglio conservato.  

La forza dirompente della pizzica, ciò che la differenzia da tutte le tipologie analoghe, è il ritmo. La semplice percussione del suo strumento-base, il “tamburo a cornice” o tamburello, riesce a produrre un ambiente ritmico e sonoro straordinariamente coinvolgente. Potente e in pari tempo raffinato, il ritmo della pizzica suonato sul tamburello evoca e, per molti versi, incarna l’entusiasmo rituale e la gioia di vivere dei culti dionisiaci dai quali deriva. Il sostrato culturale di una sopravvivenza così significativa è, infatti, quello del dionisismo, dell’orfismo e del pitagorismo della Magna Grecia, culture mediterranee e meridionali che attribuivano alla musica un ruolo sociale e religioso di primissimo piano. E’ utile notare che le figure mitiche di queste correnti religiose magnogreche sono tutte musicali. Dioniso con musiche e danze ritmiche “possedeva” le sacre Menadi, adepte molto simili alle tarantate, Orfeo riusciva a incantare tutti con la sua lira e Pitagora operava vere e proprie guarigioni musicali. Nel tarantismo, similmente a quanto accadeva nelle terapie dionisiache, orfiche e pitagoriche, viene allestita una vera e propria catarsi musicale, che consiste nell’inversione dell’atteggiamento della psiche da negativo in positivo. Infine, nel dionisismo magnogreco in particolare troviamo un continuo utilizzo rituale del timpano, in piena analogia con le tradizioni popolari pugliesi e meridionali in genere.

Orbene, oggi molte di queste caratteristiche arcaiche vengono valorizzate e perfezionate dai metodi contemporanei di amplificazione e di elaborazione del suono. Per questo la pizzica è una musica contemporanea, attuale, che può veicolare stili e contenuti passati oppure estremamente innovativi. Offre, quindi, un’ampia gamma di possibilità alla musica del nuovo millennio.

V’è poi, nella pizzica, qualcosa di strutturale che si adatta al bisogno contemporaneo di riscoprire i valori più autentici dell’uomo. Pulsa come un cuore umano, il tamburello salentino, con il suo ritmo per un verso ipnotico, regolare e per l’altro verso frenetico, in grado di trasmettere eccitazione. E il suo suono giunge ai nuclei più profondi della persona, là, dove si generano le emozioni. I bassi della membrana hanno sonorità penetranti e simboleggiano la terra, mentre gli acuti dei cembalini hanno sonorità argentine, fruscianti ed evocano il cielo.

Come già accennato, la pizzica pizzica salentina è una tarantella originaria. E’ però molto diversa dalle tarantelle note come “napoletane” che a partire dall’Ottocento hanno trovato vasta eco in tutto il mondo. Va trascritta in 4/4, come ha fatto lo stesso Diego Carpitella (in E. De Martino, La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano 1961), e in questo è simile alle tarantelle più antiche (R. De Simone, La tarantella napoletana ne le due anime del Guarracino, Benincasa, Roma 1992). Non si lascia, cioè, ridurre al 6/8 o al 12/8 della tarantella ottocentesca, ma è strutturalmente più complessa. In realtà, un attento esame etnomusicologico può svelarne la struttura: si tratta di una poliritmia verticale, o meglio, di ciò che ho definito una biritmia simbolica, una compresenza di ritmo binario e di ritmo ternario (P. De Giorgi, L’estetica della tarantella, Congedo, Galatina 2004). Questa biritmia è suonata in primo luogo dallo strumento-base di questa musica, il millenario tamburello, anch’esso duplice e unitario insieme. In esso i colpi binari procedono in piena simultaneità con quelli ternari, evocando simbolicamente la pienezza armonica del cosmo. Ascoltare la pizzica quando è ben suonata la biritmia tradizionale dai suonatori che si ricollegano al nucleo più arcaico di questa cultura, significa provare una sensazione di completa soddisfazione estetica. L’uno e i molti, il singolare e il plurale collaborano al complesso risultato finale. La biritmia simbolica èuna forma ritmica doppia rituale, che ha in sé i due principi cosmici che regolano l’universo, il binario e il ternario, il pari e il dispari. Così, come nel pensiero pitagorico che utilizza simili principi numerici, il maschile e il femminile, l’individuo e il gruppo, l’alto e il basso, la morte e la vita sono opposti complementari che vengono offerti all’infermo tarantato per il loro valore di insieme “armonico”. In questa mentalità, il tarantato è infermo proprio per il fatto di aver perduto l’armonia della sua psiche individuale e l’armonia del proprio rapporto con la società. L’armonia è qui intesa in senso magno-greco, come compagine, compresenza di opposti, come intero concepito nell’equilibrio delle due parti. Ed ha funzione generativa, produce una nuova positività.

Anche la somiglianza della cellula ritmico-melodica della pizzica con quella del blues conferisce alla musica salentina una sensazione di modernità. Suonata spesso in levare (in off-beat, puntualizza Diego Carpitella), la pizzica ha forti analogie non solo con il blues, ma anche con il jazz, con il rock e con le musiche che hanno cellule ritmico-melodiche “dondolanti”.

Per quanto attiene il tarantismo, va ricordato che gli studi antropologici ed etnologici, tra i quali svetta la celebrata indagine La terra del rimorso di Ernesto De Martino, un’opera insieme ricca di conquiste e di errori interpretativi, definiscono la religione della taranta come un istituto culturale rituale e terapeutico. La tipica ripetizione annuale del rito non è però un rimorso psicologico, come sostiene l’etnologo. E’ una manifestazione religiosa che, utilizzando il pensiero mitico, cerca la rinascita spirituale e terapeutica. Sarà l’analisi dei meccanismi mimetici e ciclici del mito che, più tardi, consentirà di comprendere come davvero funziona il tarantismo (P. Pellegrino, a cura di, Mito e tarantismo, Pensa Multimedia, Lecce 2001; P. De Giorgi, L’estetica della tarantella, op. cit.). I “tarantati” compiono per giorni interi un perfetto ciclo coreutico, rispettando scrupolosamente il ritmo della pizzica-pizzica. Si alternano, per giorni interi, tra una fase durante la quale per alcuni minuti giacciono a terra immobili, che simboleggia la morte rituale e un’altra fase di danza sfrenata e saltata in piedi, che simboleggia la rinascita. Strisciano anche sul pavimento come serpenti o come tarantole, ma rispettando costantemente il rapidissimo tempo musicale e conservando una raffinata eleganza. I tarantati, infine, sempre durante la danza, compiono tutta una serie di gesti erotici, mimano di sovente l’atto sessuale vero e proprio, e, in alcuni casi, giungono a simulare un parto. Tutto questo ancora una volta vuole inconsciamente significare e prefigurare la rinascita-guarigione ansiosamente desiderata (P. De Giorgi, Tarantismo e rinascita, Argo, Lecce 1999; P. De Giorgi, Il mito del tarantismo, Congedo, Galatina 2008). E’ a queste risorse della pizzica e del tarantismo, che il nostro tempo vuole attingere per farci guarire dalla nostra troppo frequente malinconia esistenziale.

Pierpaolo De Giorgi

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